Intervista a Francesca Butti, autrice del romanzo “Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme”.
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17/04/2026 | Bookpress
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Francesca Butti (Lecco, 1996) è laureata in ambito pedagogico e attualmente frequenta un Master in scrittura creativa. “Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme” (bookabook, 2026) rappresenta il suo esordio letterario.
«Ci presenti il tuo romanzo “Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme”? Vuoi spiegarci la scelta di questo titolo così impattante ed evocativo?»
Il mio romanzo “Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme” nasce dal desiderio di raccontare il modo in cui le emozioni, spesso, non seguono percorsi lineari. La storia esplora proprio questi intrecci: relazioni, ricordi, fragilità e desideri che si incastrano tra loro come pezzi di un puzzle ancora incompleto. Nina, la protagonista del memoir e mio alter ego, si muove dentro un paesaggio emotivo complesso, dove ogni scelta, ogni incontro e ogni ferita contribuiscono a ridefinire la sua identità, ancora in formazione. Il titolo è arrivato in modo del tutto naturale mentre lavoravo al romanzo. “Incastro emotivo” racchiude due significati che si completano a vicenda. Il primo è l'incastro come gabbia che confonde: le emozioni, se non gestite, possono stringere troppo forte, fino a fare molto male. Rappresenta quindi qualcosa su cui non abbiamo una vera agency, e dunque un potere reale, finché non decidiamo di lavorare davvero e in profondità per risolvere la situazione in cui ci sentiamo intrappolati. Il secondo significato è invece l'idea di incastro come composizione: i pezzi del mio puzzle emotivo ed esistenziale. Le varie parti di me stanno iniziando lentamente a combaciare. Entrambi i significati sono necessari l'uno all'altro e rendono possibile l'evoluzione. Il sottotitolo, “Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme”, suggerisce la dimensione più dinamica del libro. La “mappa” non è qualcosa di fisso o definitivo: cambia, si trasforma, proprio come accade dentro di noi quando attraversiamo momenti intensi della vita. L'“anima in fiamme” rappresenta la tensione emotiva, la passione, ma anche il conflitto e la ricerca di senso che attraversano la protagonista e i suoi amici.
Il romanzo vuole essere proprio questo: una sorta di viaggio dentro le emozioni, dove non esistono coordinate perfette, ma solo percorsi che ognuno di noi prova a tracciare per comprendere se stesso e gli altri.
«La protagonista dell'opera, Nina, vive di continue oscillazioni emotive: come descriveresti la sua condizione, e che cosa ti ha permesso di approfondire nel corso della narrazione?»
Nina ha sempre amato stare agli estremi: nell'alto e nel basso, nei picchi e negli abissi, non sapendo proprio stare nella via di mezzo che la annoia e non la fa sentire viva ma smarrita. La quiete l'ha sempre spenta. Per lei sentirsi viva significa oscillare, attraversare intensità, anche quando queste fanno male. Anche se adesso, col tempo e con un percorso di terapia, di cui parlo nell'ultimo capitolo, questo bisogno si sta intiepidendo. Quindi è un po' come se Nina fosse ad un punto in cui si guarda indietro e coglie tutte queste sfumature e, finalmente, riesce a girarsi e guardare anche in avanti, non più vittima del suo passato e delle sue abitudini. Uno dei filtri importanti grazie al quale Nina riflette su di sé è questo percorso di terapia che lei ha intrapreso perché da un po' di anni le è stato diagnosticato un disturbo di personalità con il quale lei fa i conti quotidianamente.
«Dal tuo romanzo: “L'idea che potenzialmente possa ancora diventare tutto ciò che vuole la riempie di una gioia febbrile. Si sente come una cellula totipotente: una cellula non ancora definita, non ancora specializzata. Una promessa pura. Può ancora essere tutto. E questo pensiero le dà le vertigini. Ha paura di bruciarsi, ma non riesce a fermarsi. C'è troppa vita da afferrare. Troppa conoscenza da inseguire”. La percezione di Nina di sentirsi una “cellula totipotente” è esclusivamente una metafora di rinascita, o è anche una critica velata alla pressione contemporanea di dover essere sempre al massimo, di dover dare sempre il 100%?»
Per me la totipotenza è un'immagine ambivalente. Da una parte è qualcosa di profondamente vitale: la sensazione di essere ancora aperti al possibile, come una cellula che potrebbe diventare tutto mi mette una gioia febbrile. È il desiderio quasi fisico di conoscere, leggere, vedere film, frequentare corsi, scoprire il mondo. Dopo anni in cui gran parte delle mie energie erano assorbite dal semplice sopravvivere, sento questa spinta come una forma di restituzione della vita: una fame di cultura, di esperienze, di ricostruzione di un pensiero. Ma allo stesso tempo c'è anche una consapevolezza critica. Viviamo in una società che celebra l'idea di poter essere tutto, sapere tutto, fare tutto, e che spesso trasforma questa possibilità in una richiesta continua di performance. E questo mi schiaccia. La totipotenza può diventare anche un imperativo: devi conoscere, devi migliorarti, devi non perdere nulla. Nel libro cerco di stare dentro questa tensione. La mia “ossessione per la cultura” nasce da un desiderio autentico, quasi di recupero del tempo in cui ero troppo occupata a sopravvivere per potermi permettere di esplorare liberamente. Ma proprio per questo sento anche il bisogno di interrogare quell'ideale contemporaneo di infinita possibilità: perché la libertà di poter essere tutto non dovrebbe mai trasformarsi nell'ansia di doverlo essere.
«Molti rapporti instaurati da Nina sembrano funzionare come specchi attraverso cui lei comprende maggiormente sé stessa. Credi quindi che nella costruzione dell'identità individuale l'incontro con l'altro sia fondamentale?»
Sì, penso che l'incontro con l'altro sia fondamentale nella costruzione dell'identità. Nel libro, gli incontri che Nina fa non sono semplicemente episodi narrativi: sono momenti di rivelazione. Le persone con cui condivide spazio e tempo diventano come frammenti di uno specchio attraverso cui lei riesce a vedersi da angolazioni diverse. Spesso pensiamo all'identità come a qualcosa di interno, di autonomo, quasi isolato. In realtà credo che si formi soprattutto nella relazione: negli sguardi che riceviamo, nelle parole che ci vengono restituite, nelle tensioni e nelle affinità che emergono quando ci confrontiamo con qualcuno che è diverso da noi. Per Nina gli altri sono quindi dei passaggi, delle soglie. Non la definiscono completamente, ma le permettono di riconoscere parti di sé che da sola non riuscirebbe a vedere. In questo senso ogni incontro diventa un piccolo dispositivo di conoscenza: uno spazio in cui l'identità non è mai fissa, ma continua a trasformarsi.
«Nell'epilogo, lasci volutamente la sensazione di un percorso ancora tutto in divenire: quali sono i motivi che ti hanno spinta a scegliere la strada del finale aperto?»
La scelta del finale aperto è stata molto voluta. Essendo un memoir, racconta una parte di vita ma non pretende di chiuderla o di darle una forma definitiva. Sarebbe stato artificiale concludere con una specie di soluzione o di punto fermo, perché la vita reale non funziona così: i processi interiori, le domande, le trasformazioni continuano. Il finale sospeso nasce proprio da questo: dal desiderio di essere onesta con la natura del racconto. Il percorso di Nina non è concluso perché, non lo è nemmeno quello di chi scrive. Il libro si ferma in un punto preciso della strada, ma la strada continua. E forse quel senso di apertura è anche un invito per chi legge: a riconoscere che l'identità non è qualcosa che si risolve, ma qualcosa che resta in divenire.
«Nell'opera si intercettano inquietudini molto presenti tra i giovani adulti: instabilità emotiva, ricerca di senso, paura di non realizzarsi. Volevi raccontare anche una condizione generazionale oltre che individuale?»
In realtà sono partita da me stessa: Nina è il mio alter ego, e la storia nasce dalle mie esperienze e dalle mie emozioni. Ma mentre scrivevo, mi sono resa conto che molte delle inquietudini di Nina come appunto l'instabilità emotiva, la ricerca di dare un senso a noi stessi, la paura di non riuscire ad affermarsi esprimendo totalmente se stessi, sono comuni a tanti giovanissimi e giovani adulti oggi. Così il libro, pur essendo molto personale, è diventato anche uno specchio generazionale, in cui credo che molti possano ritrovarsi.
«Scrivere questo libro ha avuto per te una funzione terapeutica, oppure ritieni che la scrittura richieda una distanza emotiva da parte dell'autore?»
Per me scrivere questo libro ha avuto sicuramente una funzione terapeutica: entrare nella testa di Nina, e quindi nella mia, mi ha permesso di mettere a fuoco le mie emozioni e di dar loro una forma. Quindi sì, da una parte è stato un processo molto catartico. Allo stesso tempo, credo che per scrivere bene sia necessario anche un certo distacco che nel mio caso è stato il tempo: trasformare l'esperienza personale in narrazione significa osservare se stessi con lucidità, dosando sentimenti e racconti in modo che la storia possa parlare anche ad altri.
Contatti
https://www.instagram.com/buttiful/
https://bookabook.it/libro/incastro-emotivo/
https://www.amazon.it/dp/B0GKC5DW6N/
«Ci presenti il tuo romanzo “Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme”? Vuoi spiegarci la scelta di questo titolo così impattante ed evocativo?»
Il mio romanzo “Incastro emotivo. Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme” nasce dal desiderio di raccontare il modo in cui le emozioni, spesso, non seguono percorsi lineari. La storia esplora proprio questi intrecci: relazioni, ricordi, fragilità e desideri che si incastrano tra loro come pezzi di un puzzle ancora incompleto. Nina, la protagonista del memoir e mio alter ego, si muove dentro un paesaggio emotivo complesso, dove ogni scelta, ogni incontro e ogni ferita contribuiscono a ridefinire la sua identità, ancora in formazione. Il titolo è arrivato in modo del tutto naturale mentre lavoravo al romanzo. “Incastro emotivo” racchiude due significati che si completano a vicenda. Il primo è l'incastro come gabbia che confonde: le emozioni, se non gestite, possono stringere troppo forte, fino a fare molto male. Rappresenta quindi qualcosa su cui non abbiamo una vera agency, e dunque un potere reale, finché non decidiamo di lavorare davvero e in profondità per risolvere la situazione in cui ci sentiamo intrappolati. Il secondo significato è invece l'idea di incastro come composizione: i pezzi del mio puzzle emotivo ed esistenziale. Le varie parti di me stanno iniziando lentamente a combaciare. Entrambi i significati sono necessari l'uno all'altro e rendono possibile l'evoluzione. Il sottotitolo, “Una mappa fluttuante per un'anima in fiamme”, suggerisce la dimensione più dinamica del libro. La “mappa” non è qualcosa di fisso o definitivo: cambia, si trasforma, proprio come accade dentro di noi quando attraversiamo momenti intensi della vita. L'“anima in fiamme” rappresenta la tensione emotiva, la passione, ma anche il conflitto e la ricerca di senso che attraversano la protagonista e i suoi amici.
Il romanzo vuole essere proprio questo: una sorta di viaggio dentro le emozioni, dove non esistono coordinate perfette, ma solo percorsi che ognuno di noi prova a tracciare per comprendere se stesso e gli altri.
«La protagonista dell'opera, Nina, vive di continue oscillazioni emotive: come descriveresti la sua condizione, e che cosa ti ha permesso di approfondire nel corso della narrazione?»
Nina ha sempre amato stare agli estremi: nell'alto e nel basso, nei picchi e negli abissi, non sapendo proprio stare nella via di mezzo che la annoia e non la fa sentire viva ma smarrita. La quiete l'ha sempre spenta. Per lei sentirsi viva significa oscillare, attraversare intensità, anche quando queste fanno male. Anche se adesso, col tempo e con un percorso di terapia, di cui parlo nell'ultimo capitolo, questo bisogno si sta intiepidendo. Quindi è un po' come se Nina fosse ad un punto in cui si guarda indietro e coglie tutte queste sfumature e, finalmente, riesce a girarsi e guardare anche in avanti, non più vittima del suo passato e delle sue abitudini. Uno dei filtri importanti grazie al quale Nina riflette su di sé è questo percorso di terapia che lei ha intrapreso perché da un po' di anni le è stato diagnosticato un disturbo di personalità con il quale lei fa i conti quotidianamente.
«Dal tuo romanzo: “L'idea che potenzialmente possa ancora diventare tutto ciò che vuole la riempie di una gioia febbrile. Si sente come una cellula totipotente: una cellula non ancora definita, non ancora specializzata. Una promessa pura. Può ancora essere tutto. E questo pensiero le dà le vertigini. Ha paura di bruciarsi, ma non riesce a fermarsi. C'è troppa vita da afferrare. Troppa conoscenza da inseguire”. La percezione di Nina di sentirsi una “cellula totipotente” è esclusivamente una metafora di rinascita, o è anche una critica velata alla pressione contemporanea di dover essere sempre al massimo, di dover dare sempre il 100%?»
Per me la totipotenza è un'immagine ambivalente. Da una parte è qualcosa di profondamente vitale: la sensazione di essere ancora aperti al possibile, come una cellula che potrebbe diventare tutto mi mette una gioia febbrile. È il desiderio quasi fisico di conoscere, leggere, vedere film, frequentare corsi, scoprire il mondo. Dopo anni in cui gran parte delle mie energie erano assorbite dal semplice sopravvivere, sento questa spinta come una forma di restituzione della vita: una fame di cultura, di esperienze, di ricostruzione di un pensiero. Ma allo stesso tempo c'è anche una consapevolezza critica. Viviamo in una società che celebra l'idea di poter essere tutto, sapere tutto, fare tutto, e che spesso trasforma questa possibilità in una richiesta continua di performance. E questo mi schiaccia. La totipotenza può diventare anche un imperativo: devi conoscere, devi migliorarti, devi non perdere nulla. Nel libro cerco di stare dentro questa tensione. La mia “ossessione per la cultura” nasce da un desiderio autentico, quasi di recupero del tempo in cui ero troppo occupata a sopravvivere per potermi permettere di esplorare liberamente. Ma proprio per questo sento anche il bisogno di interrogare quell'ideale contemporaneo di infinita possibilità: perché la libertà di poter essere tutto non dovrebbe mai trasformarsi nell'ansia di doverlo essere.
«Molti rapporti instaurati da Nina sembrano funzionare come specchi attraverso cui lei comprende maggiormente sé stessa. Credi quindi che nella costruzione dell'identità individuale l'incontro con l'altro sia fondamentale?»
Sì, penso che l'incontro con l'altro sia fondamentale nella costruzione dell'identità. Nel libro, gli incontri che Nina fa non sono semplicemente episodi narrativi: sono momenti di rivelazione. Le persone con cui condivide spazio e tempo diventano come frammenti di uno specchio attraverso cui lei riesce a vedersi da angolazioni diverse. Spesso pensiamo all'identità come a qualcosa di interno, di autonomo, quasi isolato. In realtà credo che si formi soprattutto nella relazione: negli sguardi che riceviamo, nelle parole che ci vengono restituite, nelle tensioni e nelle affinità che emergono quando ci confrontiamo con qualcuno che è diverso da noi. Per Nina gli altri sono quindi dei passaggi, delle soglie. Non la definiscono completamente, ma le permettono di riconoscere parti di sé che da sola non riuscirebbe a vedere. In questo senso ogni incontro diventa un piccolo dispositivo di conoscenza: uno spazio in cui l'identità non è mai fissa, ma continua a trasformarsi.
«Nell'epilogo, lasci volutamente la sensazione di un percorso ancora tutto in divenire: quali sono i motivi che ti hanno spinta a scegliere la strada del finale aperto?»
La scelta del finale aperto è stata molto voluta. Essendo un memoir, racconta una parte di vita ma non pretende di chiuderla o di darle una forma definitiva. Sarebbe stato artificiale concludere con una specie di soluzione o di punto fermo, perché la vita reale non funziona così: i processi interiori, le domande, le trasformazioni continuano. Il finale sospeso nasce proprio da questo: dal desiderio di essere onesta con la natura del racconto. Il percorso di Nina non è concluso perché, non lo è nemmeno quello di chi scrive. Il libro si ferma in un punto preciso della strada, ma la strada continua. E forse quel senso di apertura è anche un invito per chi legge: a riconoscere che l'identità non è qualcosa che si risolve, ma qualcosa che resta in divenire.
«Nell'opera si intercettano inquietudini molto presenti tra i giovani adulti: instabilità emotiva, ricerca di senso, paura di non realizzarsi. Volevi raccontare anche una condizione generazionale oltre che individuale?»
In realtà sono partita da me stessa: Nina è il mio alter ego, e la storia nasce dalle mie esperienze e dalle mie emozioni. Ma mentre scrivevo, mi sono resa conto che molte delle inquietudini di Nina come appunto l'instabilità emotiva, la ricerca di dare un senso a noi stessi, la paura di non riuscire ad affermarsi esprimendo totalmente se stessi, sono comuni a tanti giovanissimi e giovani adulti oggi. Così il libro, pur essendo molto personale, è diventato anche uno specchio generazionale, in cui credo che molti possano ritrovarsi.
«Scrivere questo libro ha avuto per te una funzione terapeutica, oppure ritieni che la scrittura richieda una distanza emotiva da parte dell'autore?»
Per me scrivere questo libro ha avuto sicuramente una funzione terapeutica: entrare nella testa di Nina, e quindi nella mia, mi ha permesso di mettere a fuoco le mie emozioni e di dar loro una forma. Quindi sì, da una parte è stato un processo molto catartico. Allo stesso tempo, credo che per scrivere bene sia necessario anche un certo distacco che nel mio caso è stato il tempo: trasformare l'esperienza personale in narrazione significa osservare se stessi con lucidità, dosando sentimenti e racconti in modo che la storia possa parlare anche ad altri.
Contatti
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https://bookabook.it/libro/incastro-emotivo/
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