FIMIANI: VENERDÌ SULLE PIATTAFORME IL NUOVO EP 'LA ISLA RESPIRA'. LA NOSTRA INTERVISTA
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01/06/2026 | dl
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La Isla Respira sembra quasi raccontare un luogo immaginario più che un semplice dancefloor. Da dove nasce il concept dell'EP e cosa rappresenta per te questa “isola” che prende vita nel titolo del singolo?
“La Isla Respira” nasce proprio dall'idea di un'isola come luogo vivo, quasi immaginario. Per me può essere Ischia, l'isola dove sono nato, ma in realtà rappresenta qualsiasi posto capace di trasmetterti un'energia così forte. Quei luoghi che ti fanno sentire bene in modo naturale, senza dover spiegare troppo il perché.
L'idea era quella di trasformare questa sensazione in musica. Tutto il progetto è stato suonato in maniera organica, senza usare sample, quindi ogni strumento, ogni percussione, ogni linea musicale rappresenta quasi un momento dell'isola che prende vita e respira. Anche perché “La Isla Respira” non è solo il titolo del singolo, ma dell'intero EP, e ogni traccia racconta un diverso momento di questo viaggio.
Nel singolo in particolare c'è proprio un crescendo: è come entrare sempre più dentro quest'isola, dentro la sua energia. A un certo punto quasi ti parla, ti abbraccia, ti porta a lasciare andare tutte quelle sovrastrutture che oggi ci tengono un po' bloccati: il digitale, la velocità, la pressione continua.
Con questo progetto volevo creare una specie di esperienza liberatoria. Non solo da ascoltare, ma da vivere. Un invito a riconnettersi con qualcosa di più umano, più istintivo, più libero.
Nel tuo sound convivono House anni '90, Disco italiana, Jazz, Funk e influenze Latin/tribal. Quanto è importante oggi, secondo te, costruire un'identità riconoscibile in una scena dance sempre più veloce e omologata?
Per me è fondamentale portare dentro la musica tutto il mio background e tutto quello che vivo. Negli anni, producendo tanto, ho costruito pian piano una mia linea sonora, che comunque è sempre in evoluzione. Ogni viaggio, ogni esperienza, ogni stimolo o passione che incontro cerco sempre di trasformarlo in qualcosa di musicale.
Per questo nel mio sound convivono House anni '90, Disco, Jazz, Funk, influenze Latin e Tribal. Sono tutte cose che fanno parte del mio background e che cerco di mescolare in modo naturale, senza forzature.
Oggi secondo me avere un'identità riconoscibile è importantissimo, forse ancora di più rispetto a prima. Viviamo in una scena super veloce, dove escono migliaia di tracce ogni giorno e la musica viene consumata quasi come uno scrolling sui social. In mezzo a tutto questo caos, riuscire a far sì che una persona riconosca il tuo groove, una batteria, un mood o anche solo un certo tipo di energia dopo pochi secondi... quella è la vera sfida.
Può piacere o non piacere, ma quando un suono riesce subito a riportarti a un artista significa che hai costruito qualcosa di autentico. E secondo me oggi è proprio questo che può fare la differenza.
Hai scelto di lavorare senza campionamenti, registrando tutto con musicisti dal vivo. In un momento storico dominato da preset e produzioni ultra-rapide, quanto è anche una presa di posizione artistica?
Più che una presa di posizione artistica, sentivo proprio la necessità di costruire qualcosa di totalmente personale. Oggi siamo circondati da preset, template, plugin AI e produzioni fatte sempre più velocemente, quindi avevo bisogno di tornare a un approccio più umano, più autentico, dove ogni suono avesse davvero una storia e un'identità propria.
Lavorare senza campionamenti e registrare tutto con musicisti dal vivo ti porta automaticamente ad avere un suono più caldo, più imperfetto nel senso bello del termine, più vivo. Ci sono groove, dinamiche ed energie che quando vengono davvero suonate non riesci a replicarle allo stesso modo con un loop già pronto o con qualcosa costruito in automatico.
È sicuramente un processo molto più lungo e complicato. Passi giornate in studio, registri, riapri i progetti dopo settimane, cambi idee, risuoni delle parti, ricostruisci tutto da zero. Però è proprio lì che nasce la magia. Per me quella parte è anche la più bella, creare insieme ai musicisti, lasciare spazio all'errore, all'istinto, all'interazione umana.
Spero che tutto questo arrivi anche a chi ascolta il disco, perché dietro ogni traccia ci sono mesi di lavoro, tanta passione e tanto tempo speso a cercare non solo “il suono giusto”, ma soprattutto qualcosa che avesse davvero un'anima.
C'è una forte componente “fisica” nei tuoi brani: groove, percussioni, basso, brass. Quando componi, parti più dal corpo e dal dancefloor o dall'ascolto domestico?
Parto quasi sempre dal groove. Dalla batteria, dalle percussioni, da qualcosa che abbia subito un impatto fisico. È lì che inizia tutto, poi arriva la bassline e man mano il brano prende forma in modo abbastanza naturale.
Sicuramente la mia esperienza da DJ influenza tantissimo questo approccio, perché dopo anni passati nei club ho sviluppato quasi un istinto per certe dinamiche del dancefloor: capire quando un groove funziona, quando crea tensione, quando riesce davvero a muovere qualcosa nelle persone.
Però allo stesso tempo non penso più solo al club. Magari il primo impulso nasce dal dancefloor, ma oggi cerco sempre di creare tracce che possano funzionare anche fuori da quel contesto, nell'ascolto quotidiano, in cuffia, in macchina o a casa. Mi piace quando un brano mantiene quell'energia fisica ma riesce comunque ad avere anche un lato emotivo e atmosferico.
Toy Tonics negli ultimi anni è diventata una label di riferimento per chi cerca un approccio più organico e musicale al clubbing. Cosa rappresenta per te lavorare con loro?
Per me lavorare con Toy Tonics è stato un po' come trovare la casa giusta per questo nuovo percorso. Fin dall'inizio c'è stato un riscontro molto positivo sulla mia proposta musicale e negli anni siamo riusciti a costruire un rapporto artistico molto naturale.
La cosa che sento davvero vicina a loro è proprio l'approccio alla musica club: sì, facciamo musica per il dancefloor, ma con una visione molto più organica e musicale. L'obiettivo è creare qualcosa che faccia ballare, ma che allo stesso tempo abbia anima, musicalità e influenze reali dentro: jazz, disco, funk, latin, house music, tutto quel mondo lì.
Credo che ci siamo trovati perché condividiamo questa stessa idea di clubbing, qualcosa di fisico ma anche caldo, umano, suonato.
E poi una cosa non scontata è la libertà artistica che lasciano agli artisti. Ti lasciano spazio per esprimerti davvero.
Artisti molto diversi tra loro come Palms Trax, Louie Vega, Folamour o Horse Meat Disco hanno supportato la tua musica. Ti senti parte di una nuova scena internazionale che sta riportando groove e musicalità al centro della club culture?
Ricevere il supporto da artisti di questo calibro è qualcosa che ancora oggi mi emoziona davvero. Parliamo di artisti che ho ascoltato tantissimo che in qualche modo hanno costruito il mio background musicale e influenzato il mio modo di vivere la club music.
Per esempio con Louie Vega e tutto il mondo Masters At Work sono praticamente cresciuto. Quindi vedere queste persone apprezzare le mie tracce, suonarle nei set o inserirle nelle loro chart è una soddisfazione enorme. Quando il supporto arriva dai tuoi miti ha sempre un peso diverso.
Per quanto riguarda la scena attuale, sì, in qualche modo mi sento parte di questo movimento. Negli ultimi anni c'è stata una nuova ondata che ha riportato al centro groove, musicalità e influenze disco, house, funk e latin dopo un periodo dove forse la musica dance era diventata molto più rigida o standardizzata.
Secondo me oggi c'è una voglia crescente di ritornare a qualcosa di più caldo, umano e suonato. E io sto cercando di costruire il mio percorso proprio dentro questa direzione. Poi lasciare davvero un segno lo decide il tempo, però sì, sento che stiamo vivendo un momento molto bello per questo tipo di sound e sono felice di poterne fare parte.
Il remix di Find a Friend ha raggiunto la #1 su Traxsource e continua a crescere su Spotify. Hai percepito un cambio concreto nella tua carriera dopo quel risultato?
Sicuramente è stato un bellissimo risultato. Il remix di “Find a Friend” mi ha dato tanto in termini di visibilità e ha aiutato a far crescere la mia community, sia su Spotify che sui social. Vedere la traccia arrivare alla #1 su Traxsource e continuare ancora oggi a crescere fino a superare il milione di stream è qualcosa che mi rende davvero molto felice.
Questi risultati aiutano tantissimo a costruire un percorso solido nel tempo, step by step. Ti danno credibilità, autorevolezza e soprattutto ti permettono di consolidare una fanbase reale attorno alla tua musica.
Per me è stato anche speciale perché il remix è uscito su un'etichetta che seguivo fin da quando ho iniziato ad avvicinarmi al mondo del deejaying, c'è anche una componente emotiva importante dietro questo traguardo.
Nei tuoi set quanto spazio lasci all'improvvisazione e alla costruzione emotiva della serata? Hai ancora un approccio “da DJ classico” o pensi sempre più in ottica live?
Nei miei set lascio tantissimo spazio all'improvvisazione. La preparazione c'è sempre: seleziono musica, creo playlist, sottocartelle, immagino magari un mood o una direzione della serata. Però poi, quando sei nel club, cambia tutto.
Le poche volte in cui mi sono detto “ok, stasera voglio fare esattamente questo tipo di set”, alla fine magari ho seguito il 30% delle mie idee. Il resto nasce completamente dal momento, dall'energia delle persone, da quello che senti succedere in pista. Ed è anche la parte più bella del DJing secondo me.
Come approccio arrivo sicuramente da una scuola molto classica da DJ. Mi piace ancora tantissimo costruire un viaggio attraverso la selezione musicale e leggere emotivamente la serata. Però allo stesso tempo negli anni ho iniziato anche a giocare molto di più in maniera live durante i set.
Mi piace usare setup con 3 o 4 CDJ, inserire strumenti, loop, acappella, sample o versioni strumentali e costruire edit live sul momento. Quindi resto molto legato all'approccio classico del DJ, ma con la voglia di rendere ogni set sempre più unico, spontaneo e vivo.
Hai suonato e suonerai nei prossimi mesi tra Berlino, Monaco, Nizza e diversi club italiani. Noti differenze nel modo in cui il pubblico europeo reagisce a un sound house/disco così caldo e suonato?
Sì, il pubblico cambia tantissimo da paese a paese, e questa è una delle cose più affascinanti del fare il DJ in giro per l'Europa. Però devo dire che, in modi diversi, quasi tutti a un certo punto reagiscono a un sound house/disco caldo e suonato. È qualcosa che arriva comunque alle persone.
Ovviamente ci sono differenze culturali molto forti. In posti come il sud Italia, la Spagna o in generale nei paesi più “caldi”, certe sonorità vengono percepite subito in maniera molto naturale: c'è un rapporto più istintivo con il groove, con la parte emotiva e fisica della musica.
Nel nord Europa invece spesso devi costruire un po' di più il viaggio prima di arrivare a quel tipo di energia. Il pubblico magari è più contenuto all'inizio, più mentale nell'ascolto. Però quando riesci a portarli dentro quel mood, la risposta è incredibile. Diventa una vera esplosione collettiva.
Una cosa che ho notato tanto all'estero è che il pubblico è molto preparato all'ascolto: segue il DJ, si lascia guidare, ha voglia di scoprire. Questo ti permette anche di sperimentare di più e prenderti più libertà musicali durante il set.
In Italia secondo me a volte siamo un po' più immediati nella ricerca della hit o del momento forte, anche se negli ultimi anni stanno crescendo tante realtà che stanno educando molto bene il pubblico e creando una cultura club sempre più interessante. Però sì, fuori dall'Italia sento spesso di avere ancora più spazio per osare musicalmente.
Guardando alla nuova generazione di producer italiani, cosa pensi manchi oggi alla scena club italiana per esportare più artisti a livello internazionale?
Secondo me oggi in Italia il talento non manca per niente. Anzi, vedo tantissimi producer giovani molto forti, preparati e con grande gusto musicale. Gli strumenti oggi sono accessibili a tutti e questo ha reso la produzione musicale molto più democratica rispetto a qualche anno fa.
Quello che secondo me a volte manca è il tempo di costruire davvero un'identità artistica. Viviamo in un momento molto veloce, dove spesso si cerca subito il risultato immediato, il trend del momento o la traccia che funziona rapidamente. Però costruire un percorso solido richiede tempo, ricerca, errori, esperienze e soprattutto personalità.
Penso che oggi faccia davvero la differenza avere qualcosa di autentico da raccontare. Non basta solo fare una traccia tecnicamente bella o che suona bene nel club. Le persone si legano agli artisti quando percepiscono un mondo dietro la musica, una direzione chiara, una sensibilità riconoscibile.
E poi credo sia importante continuare a creare cultura attorno alla musica club: più connessione tra artisti, label, promoter, eventi e pubblico. Quando si crea una scena vera, dove le persone condividono una visione e crescono insieme, allora nascono anche percorsi che possono durare nel tempo.
Nightguide è molto attento alla scena dei club e dei concerti. C'è un episodio legato a un club/discoteca, del presente o del passato, che ti ha reso orgoglioso delle tue origini?
Più che un singolo episodio, ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto capire quanto le mie origini abbiano influenzato il mio modo di vivere la musica. Sono cresciuto ad Ischia, ma la mia famiglia è divisa tra Campania e Germania, quindi fin da piccolo sono cresciuto con influenze molto diverse tra loro, non solo musicalmente ma anche culturalmente. E credo che questo mix abbia formato tantissimo il mio modo di ascoltare, percepire e creare musica.
C'è una frase che sento molto mia: “senza radici non si vola”. E rappresenta perfettamente quello che penso oggi. Più vado avanti, più capisco quanto sia importante avere radici salde e concrete, perché sono proprio quelle esperienze, quei luoghi e quelle contaminazioni a rendere davvero personale il tuo percorso artistico, ma anche la tua identità e la tua personalità come essere umano.
Poi ci sono stati momenti bellissimi, magari anche in club molto lontani da casa, dove mixo sonorità disco, funk o house, anche italiane, molto calde e umane, e vedo il dancefloor reagire in maniera incredibile. In quei momenti senti quasi di portarti dietro un pezzo della tua storia e della tua cultura.
Ed è una cosa che mi rende orgoglioso, perché capisci che emozioni nate da esperienze molto personali possono comunque arrivare a persone completamente diverse tra loro.
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